Come un fiore sull’acqua, Lodovica Cima: «La lettura produce pensiero»

Lo scorso 28 ottobre Lodovica Cima ha presentato il suo ultimo libro, Come un fiore sull’acqua, al monastero del Lavello, davanti a due classi del liceo artistico Medardo Rosso di Lecco.

In esclusiva per Il Cittadino di Lecco, l’autrice ha parlato del suo nuovo libro, di Pelledoca Editore ma anche del legame tra la lettura e i giovani d’oggi.

Crescita, viaggi e connessioni

«Il titolo, Come un fiore sull’acqua, è già la definizione della protagonista di questo libro. Una ragazza che vive nel periodo vittoriano in Inghilterra, nella seconda metà dell’Ottocento, e non ha possibilità di studiare in quanto femmina, pur appartenendo ad una famiglia molto abbiente, quindi privilegiata. Il romanzo racconta in che modo, nonostante gli ostacoli, abbia trovato il modo di aggirare le regole sociali e diventare ciò che voleva: una botanica, una scienziata che studia le piante. E nella sua vita ne ha scoperte tante di nuove. Nel libro non racconto la sua vita da adulta ma gli anni in cui ha dovuto decidere chi doveva essere, il momento più sfidante e particolare, in cui ognuno di noi non è più un bambino ma un adolescente, un giovane adulto che deve trovare il suo posto nel mondo. Si tratta di un momento di grande incertezza e di grande difficoltà. Mi sono ispirata ad una figura realmente esistita che mi ha affascinata, Marianne North, grande esploratrice e viaggiatrice, che ha scoperto tante piante ed è soltanto adesso universalmente riconosciuta come una grande donna. All’epoca, invece, le misero parecchi bastoni fra le ruote» esordisce l’autrice.

Il libro propone argomenti attuali come la libertà femminile e la connessione con la natura, che nel periodo della vita vissuto dalla protagonista possono essere determinati per la sua crescita e il suo futuro: «Ho sempre un po’ di timore perché è il mio secondo romanzo d’epoca dopo La voce di carta, ambientato a Lecco nel 1872. I miei figli mi dicono che mi sono infilata in un filone ‘un po’ da vecchi’. In realtà ci sono tantissime cose che non invecchiano e sono universali, e tantissime altre che sono metafora di qualcosa che oggi è diverso ma è lo stesso un mezzo per realizzarsi. Ad esempio, ne La voce di carta, la protagonista Marianna impara a leggere e scrivere; il foglio di carta e la scrittura erano all’epoca tecnologici, come oggi possono esserlo uno smartphone o un tablet che aprono il mondo ad un ragazzo. Bisogna saperli usare ma sono gli strumenti, i ponti sono simili. Per Mimì, la protagonista di Come un fiore sull’acqua, il ponte è la pittura. Non sapeva che cosa trovare e cosa usare per uscire da un gap che la costringeva in una gabbia femminile e l’ha trovato nella pittura, un mezzo che anche oggi è utile per conoscersi e guardare il mondo. Abbiamo partecipato all’incontro al Lavello con una acquarellista bravissima che ci ha spiegato la tecnica. L’acquarello sembra una tecnica di Serie B rispetto ad una più ad effetto come la pittura ma non ti permette di sbagliare, perché dopo aver posato il pennello e l’acqua sul foglio non puoi correggere, come invece puoi fare con la pittura ad olio, e ti costringe a guardare quello che stai studiando e ritraendo in maniera estremamente profonda. Addirittura, ti devi confrontare con ciò che stai dipingendo. Ed è quello che è successo anche a Mimì. È entrata nella natura fisicamente, aveva bisogno d’aria, dell’odore della pioggia, del bosco. Tutti dettagli che secondo me i lecchesi conoscono molto bene perché il contatto diretto con la natura fa parte della loro vita, anche se viviamo in un’altra epoca. Mimì ne aveva un bisogno fisico e anche mentale»

Sono cresciuto con una maestra che dedicava almeno un’ora a settimana alla pittura in classe insieme all’ascolto silenzioso di musica classica. Quanto è importante essere stimolati dall’arte nell’età della crescita?: «È importantissimo sperimentare diversi linguaggi e trovare quello a noi più affine. Io ho un grande amore per le parole, la letteratura e la lingua. La lingua mi affascina da morire. È il mio mestiere, la mia materia prima su cui lavoro. Però anche il linguaggio dell’arte mi cattura. Contaminare questi due linguaggi è una sfida che mi stimola sempre di più. Poi esistono i linguaggi della musica, del cinema. Sono tutti linguaggi che ci aiutano a nutrirci di qualcosa che ci arricchisce, come se fossero una tavola imbandita di mille cose diverse che vogliamo e dobbiamo assaggiare. La dieta varia vale anche per il cervello, non solo per lo stomaco. Il consiglio ai giovani di oggi è di non fermarsi ad una cosa sola. Contaminando i linguaggi si capisce anche in quale direzione andare e cosa colpisce di più. Inoltre, la letteratura è il linguaggio meno immediato e più faticoso, perché occorre decodificare e riflettere su quello che si legge ma è ugualmente efficace come gli altri e allo stesso modo ti aiuta a sognare. Nella crescita di una persona il sogno è la prima cosa che non bisogna limitare. Sognare in grande, cose impossibili, i bambini hanno bisogno di sognare. Dal sogno, crescendo, si passa al desiderio, una cosa un po’ diversa perché può essere anche realizzabile. Dal desiderio si passa al progetto; si diventa persone capaci di progettare e raggiungere un obiettivo. Sogno, desiderio, progetto. Tre scalini che servono per diventare grandi e diventare persone armoniose ed equilibrate. Sono cose che non dobbiamo mai dimenticare e a cui lasciare spazio. Evviva alla tua insegnante, così lungimirante. Nelle mie storie io cerco di aprire uno spazio per i miei lettori che poi gestiscono loro, senza che io dia indicazioni specifiche. Nei miei libri spero che si apra uno spazio di sogno, desiderio e progetto per chi legge. Ognuno da una storia prende quello che vuole e gli serve. Non sono io che decido, mi metto al servizio. La storia, dopo averla scritta, non è più mia ma dei lettori. È una cosa sacrosanta. Spero che ritorni utile anche solo per un’esperienza estetica, senza per forza avere obiettivi. Se la storia funziona va bene così. Se funziona per permettere di capire delle cose di noi stessi meglio ancora»

Progetti realizzati: Pelledoca Editore: «È un piccolo marchio indipendente che ho fondato nel 2017 con due amici appassionati lettori come la sottoscritta. Lo dice il nome: è una casa editrice che offre storie intorno al concetto di paura, che fa parte della nostra vita in mille modi diversi. Lo coniuga in tanti generi letterari, dal thriller al noir, dall’horror al giallo classico. È un progetto molto stimolante perché i giovani lettori di oggi, coloro che leggono per piacere, spesso prediligono letteratura di genere e molto spesso fantasy. Pelledoca è un’alternativa al fantasy. I lettori contemporanei chiedono libri un po’ sfidanti. Siamo in crescita, creiamo anche cose un po’ sperimentali: vi anticipo in anteprima che l’8 novembre uscirà un silent per ragazzi grandi, senza parole, illustrato e con sequenze grafiche, che propone un racconto gotico di Charles Dickens. Un grande classico interpretato da un grande illustratore, Paolo D’Altan. Si chiama Lo spettro del tunnel, e in appendice si trova anche il racconto tradotto da me per chi desidera leggerlo con le parole dopo averlo letto prima con le immagini. Ecco la contaminazione dei linguaggi di cui parlavo prima, che parlano in modi diversi ma stanno bene insieme. Questo libro è un po’ un azzardo, spero che vada bene ma è emblematico di quello che desidero fare per i ragazzi in Pelledoca Editore»

Un progetto interessante che gioca sulla paura, che troppe volte è raccontata con accezione negativa, come la tristezza. Spesso si cerca di tenerle lontane e non viverle: «Questo è un problema degli adulti che cercano di eliminarla. In realtà la paura ci salva la vita. Guai se non avessimo paura ad attraversare la strada, banalmente. Poi ci sono paure di diverse intensità e di diverso tipo: paure interiori, oggettive, che non possiamo gestire, ad esempio i fenomeni naturali che ci capitano addosso. Siamo condizionati. Anche questo tipo di paura tratto nel mio catalogo: abbiamo un titolo su una gita in montagna tra padre e figlio in cui avvengono degli eventi che non si possono gestire e a gennaio uscirà un libro di un grande autore sullo tsunami, un altro evento naturale tremendo»

Tanti anni trascorsi nell’editoria. Che cosa è cambiato rispetto agli inizi, dal punto di vista del mercato e del lettore: «È cambiato tantissimo. Quando cominciai gli italiani erano preoccupati di insegnare, c’era l’imperativo pedagogico che permeava tutta la produzione editoriale e toglieva il gusto delle storie. In realtà bisogna invertire le priorità: se la storia è bella, funziona e dà soddisfazione sicuramente insegna qualcosa. Ma se la preoccupazione di insegnare qualcosa è eccessiva e ci sono degli obiettivi pedagogici la storia è forzata e non è bella. Ci siamo finalmente liberati da questo DNA sbagliato. Ora l’editoria funziona in modo maggiormente simile a quella straniera; i nordici, ad esempio, sono grandi maestri in questo. Il linguaggio narrativo è cambiato completamente. C’è il ritmo e ci vuole la musicalità della scrittura. Sono contaminazioni sottili alle quali non si pensa granché ma succedono perché le nuove generazioni leggono meno e quello che leggono dev’essere maggiormente vicino a tutto il resto di cui si nutrono. Non è un tradimento della letteratura, è semplicemente un’evoluzione del linguaggio narrativo. Ai miei libri applico delle revisioni maniacali e alla fine, prima di consegnarli, li leggo tutti ad alta voce. È importante perché sento la musica delle parole che scelgo e l’andamento della scrittura. Laddove si blocca, non perché sia sbagliata ma perché non è fluida, bisogna correggere. Si tratta di un avvicinamento concettuale alla musica. Negli ultimi anni tutto questo è diventato molto più importante per far rimanere un ragazzo sulla pagina. Perché leggere è molto più faticoso di guardare un film o una serie tv e di ascoltare un pezzo musicale; bisogna decodificare, rimanere lì poi andare avanti, capitolo per capitolo. Tutte queste tecniche e sensibilità che avvicinano agli altri linguaggi affaticano un po’ meno ed emozionano di più chi legge»

È più importante seguire le abitudini dei giovani o cercare di stimolarli per portarli in un’altra direzione?: «È un equilibrio delicatissimo. Serve trovare la quadra, come si suol dire. Non si può prescindere da come sono i ragazzi di oggi se si vuole parlare con loro, ovviamente, altrimenti si scrive per gli adulti. Scrivere per i ragazzi significa sapere cosa guardano, dove vanno a giocare, cosa fanno, di che cosa si nutrono nel loro tempo libero, come sono gli immaginari. Successivamente, occorre metabolizzare, nel mio caso attraverso la mia cultura, la mia persona e la mia creatività, e proporgli qualcosa di nuovo, in cui trovino qualcosa a cui agganciarsi. È un gioco di equilibri»

Cosa significa leggere?: «È una medicina, un momento per me che amo condividere con altri, quando leggo qualcosa che mi interessa. Voglio condividerlo con chi mi sta attorno, con le persone a me più affini come gusti e ragionamenti. È anche un atto di pazienza, ci vuole il senso dell’attesa e un po’ più di lentezza rispetto alle altre cose che consumiamo, ad altri progetti e prodotti culturali. È un’educazione all’attesa e alla pazienza, perché non sempre si trova la lettura giusta. Occorre un po’ di tempo, non bisogna scoraggiarsi. Molte volte si prendono i libri sbagliati perché si pensava che fossero un’altra cosa. Solitamente, quando si propone ai ragazzi il testo sbagliato li perdi, come lettori, per un po’ di tempo. Io invece persevero; se mi sono imbattuta in un libro errato pazienza, ne troverò un altro. Non perdo la voglia di cercare. La lettura produce pensiero, è una delle poche cose che, se fatta bene e con il libro giusto, non scivola addosso, si ferma lì e magari riemerge dopo un po’. Nella nostra quotidianità così veloce, piena di bersagli e di cose che ci vengono addosso, spesso per sopravvivere lasciamo scivolare tutto. La lettura non scivola e forse è un bene»

Il rapporto con Lecco: «È la mia città. Sono nata a Lecco, i miei genitori e mio fratello vivono lì e ci torno spesso. È decisamente migliorata, quand’ero ragazza non mi offriva quello che cercavo e sono andata altrove perché sono una tenace. È un luogo a cui sono legatissima e mi emoziono quando torno. Sembra una banalità e lo diceva anche Manzoni ma quando arrivo e vedo il Resegone da lontano è meraviglioso. Quest’anno sono andata vicino al Monte Rosa a far delle gite, dall’altro lato. Ero talmente in alto che si vedevano il Resegone e la Grigna e sono state le prime cose che ho notato. Lecco è imprescindibile, c’è proprio una necessità fisica di tornare, un po’ come Marianna o come Mimì che ha bisogno del bosco di casa sua. Un bisogno fisico di tornare lì»